La "Medea" di Euripide e il femminino sacro: elogio della vendetta

Sara Simoni

Abstract


Questo articolo si propone di esporre e analizzare i rimandi mitici e simbolici alla Grande Madre presenti nella Medea, forse una delle tragedie più universalmente celebri di Euripide. Egli fu definito come “il tragediografo antropocentrico” tra gli altri anche da Friedrich Nietzsche, che vide in lui la voce del razionalismo socratico e la fine della tragedia classica. Ma è davvero così? Attraverso una lettura incrociata di questo e di altri testi euripidei, così come delle altre opere della grecità che ci hanno tramandato le vicende di Medea, si può vedere come l’uomo perda sì la sua statura mitica, ma non per questo sul palcoscenico la grandezza del mito ceda il passo al dramma borghese. Al contrario: sono le donne a incarnarne la forza e a portare nella rappresentazione teatrale la sacralità femminile, con tutte le sue istante. Nella Medea, ma non solo, Euripide mette in scena tutta l’immensità mitica del femminino sacro, di cui le sue eroine sono la perfetta espressione. Streghe furenti e vendicative, Medea e le altre scardinano la razionalità e le istituzioni ateniesi del V secolo per proiettarsi in un panorama più ampio e selvaggio, dove le uniche regole in vigore sono quelle sanguinose dei tributi dovuti alla Grande Madre e alla natura con cui si identifica.


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La Rosa di Paracelso OJS || ISSN: 2532-2028

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